Una Mamma Lottatrice

Il tifo della piccola Samira è il segreto di Roberta Carioni, mamma lottatrice a Salerano.

 

SALERANO SUL LAMBRO Gentilezza e arti marziali, due concetti apparentemente lontani fra loro. Non è così e non è un caso che la traduzione di judo suoni come via della cedevolezza, dell’adattabilità, della gentilezza (appunto) e non è raro vedere donne e ragazze cimentarsi sul ring o ai sacchi. Più raro trovare una madre allenarsi in proiezioni, prese e strangolamenti, magari proprio con la figlia piccola seduta di fianco al tatami. È il caso di Roberta Carioni, classe 1985, che da una decina di anni frequenta la palestra dell’Asd Combat Interstyle di Salerano, paese in cui vive e in cui è nata (per la precisione nella cascina Vistarina, quella del Museo del presepio, dove suo padre era trattorista). Il 15 agosto 2007 la vita le ha regalato la figlia Samira: con alle spalle quattro anni di pallavolo, due di kick boxing a Lodi Vecchio e uno a Salerano, allenata da Pietro (detto Piero) Giordano, una volta portata a termine la maternità Roberta riprende a dedicarsi alla kick boxing per poi passare alla submission, una forma di lotta libera che impiega mosse mutuate da varie discipline (tra cui il judo) pur non prevedendo pugni e calci. Ad allenarla, con Piero, ci sono gli istruttori Daniele Salvadeo e Alessio Somboli. Ben presto quella della piccola Samira a bordo del tatami diventa una presenza familiare ai marcantoni che frequentano i corsi. «A volte in famiglia mi chiedono come mai fra tutti gli sport abbia scelto questo. In realtà penso che la lotta sia uno sport di formazione - spiega Roberta -. Insegna che esistono regole da osservare altrimenti ci sarà un arbitro o un giudice che ti infliggerà penalità. Insegna a rispettare e a non sottovalutare il tuo avversario. Insegna a una donna a gestire situazioni spiacevoli, purtroppo non rare. Insegna l’importanza di uno stile di vita e un’alimentazione regolare e sana». Il che per Roberta significa allenarsi dal lunedì al venerdì sera, terminata la giornata di lavoro in magazzino, e seguire un regime alimentare di riso in bianco, verdure e carne: «Solo la domenica c’è il “liberi tutti”». In casa, in bella vista, ha medaglie e cinture vinte in una cinquantina di incontri ufficiali. Quelli persi si contano sulle dita di una mano ma per un’atleta non sono meno importanti delle vittorie. La sua categoria di peso oscilla tra i più e i meno 60 chili. Un crinale pericoloso perché capita, il giorno dell’incontro, di arrivare alla bilancia con 61 chili e trovarsi di fronte un’avversaria di 73. O un avversario. È successo anche questo: «L’arbitro fece pesare tutti gli atleti del torneo prima degli incontri e riscontrò irregolarità. Così si rifece il calendario degli incontri senza alcuni concorrenti. Ero l’unica donna rimasta: l’arbitromi propose di combattere con un uomo, dissi di sì». Il round da 6 minuti finì in parità. L’arbitro diede un extra round di altri 6 minuti. Finì con la vittoria ai punti con scarto minimo dell’avversario, esausto quanto lei. A fare il tifo, come tante altre volte, c’era Samira. «Quando entri nel ring non senti più niente attorno, non senti la gente che urla e non vedi altro che il tuo avversario e l’arbitro», spiega Roberta. Però la voce di Samira che la incita, assicura, riesce a distinguerla tra la folla. (Fabrizio Tummolillo)